Nella nicchia posta all’estremità orientale della parete meridionale emerge l’immagine intensa di un santo, probabilmente un martire, che si distingue con decisione dagli altri personaggi affrescati nella chiesa.
Dal punto di vista stilistico, la figura appare solo in parte riconducibile alla stessa mano che ha operato nell’abside e nelle altre nicchie: la maggiore enfasi espressiva del volto, la ricercatezza della decorazione e alcune rigidità del disegno lasciano pensare a un pittore diverso, ma formato entro la medesima tradizione campano‑beneventana di età altomedievale.
In questi contesti si riconosce quella corrente definita “arte beneventana”, sviluppatasi nella Longobardia minore e legata ai centri culturali di Benevento e Montecassino, dove modelli longobardi e ottoniani si innestano su una solida tradizione bizantina.
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Indossa una tunica rossa vivida, avvolta da un manto bianco decorato, all’altezza del petto e dell’omero, da una raffinata fascia geometrica a triangoli e punti, segno di una particolare cura per la resa ornamentale. La capigliatura, insolitamente bombata e quasi gonfia, lo differenzia nettamente dalle altre figure del ciclo e suggerisce un tipo fisionomico ben caratterizzato, forse legato a un modello iconografico riconoscibile, anche se oggi non più identificabile con sicurezza.
Alla destra del volto si conservano poche lettere greche, ormai lacunose e di difficile lettura, che in origine dovevano costituire l’iscrizione onomastica del santo, confermando l’uso di una cultura figurativa e liturgica che guarda al mondo greco‑bizantino pur radicandosi in un contesto locale.
La mano destra è alzata nel gesto benedicente.
La mano sinistra stringe una croce, attributo iconografico tipico dei martiri e dei confessori che hanno testimoniato la loro fede fino al sacrificio.
Il volto, leggermente allungato, dagli occhi grandi e fissi, è trattato con pochi passaggi di chiaroscuro, in linea con una concezione ancora fortemente astratta e ieratica dell’immagine sacra.
