San Pietro

Dopo
Prima

La datazione dell’affresco è stata più volte discussa: inizialmente collocato al XII secolo da Grelle Iusco, che richiamava suggestioni vicine al cosiddetto “maestro di Tahull”, è stato poi retrodatato alla prima metà del secolo da Valentino Pace, proprio in virtù della sua violenta carica espressiva. Una collocazione nell’XI secolo appare oggi plausibile non solo per le iscrizioni greche e il gesto di benedizione “alla greca”, ma anche per l’affinità con quella “scuola regionale campana” che, secondo la storiografia più recente, presenta una forte omogeneità culturale pur distinguendosi dalle altre aree italiane e mostrando particolare propensione a trasformare l’evento sacro in racconto di immediata presa emotiva. Pur frammentaria, l’opera conserva una notevole forza e documenta il livello qualitativo raggiunto dai cantieri pittorici legati all’orbita beneventano‑cassinese, mentre lo stacco dal muro originario, sebbene traumatico, ne ha reso possibile la conservazione e la fruizione attuale come testimonianza viva della devozione cristiana nella Basilicata medievale.

La figura è frontale e immobile: un atteggiamento tipico delle immagini sacre medievali, pensato per comunicare autorità e sacralità.

Il volto allungato, la barba appuntita e i capelli bianchi rendono lo sguardo severo e senza tempo. Attorno al capo restano tracce di lettere greche: erano il nome del santo, oggi quasi scomparso.

Gli abiti:
Indossa una tunica bianca semplice, coperta da un pallio rosso, mantello riservato alle figure apostoliche. Il colore indica dignità spirituale, non decorazione.

Mano destra:
È alzata nel gesto di benedizione orientale: indice e medio distesi, anulare e mignolo piegati.

Mano sinistra:
Un segno tipico della tradizione bizantina, che rivela il legame con il Mediterraneo orientale.

Sembra stringere un rotolo, simbolo della parola sacra. Ne restano solo tracce, ma il gesto è ancora riconoscibile.

L’affresco di San Pietro presenta analogie con opere di produzione bizantina collocabili intorno alla fine del X secolo.

La figura rivela confronti significativi con i santi dell’abside di San Filadelfo di Pattano, nel Vallo della Lucania.

La struttura allungata del volto, gli zigomi pronunciati e i grandi occhi a mandorla spalancati sono ricorrenti negli affreschi delle chiese di Kastoria, come il Taxiarches Metropoleos e Santo Stefano, e nelle chiese cappadoce come Ayvali Kilise e Kokar Kilise.